Sindrome della vecchia strega: cos’è e come riconoscerla

Il mondo delle streghe, e più in generale dell’occulto, arrivano spesso – anche attraverso libri, leggende, credenze e racconti orali – nella nostra quotidianità. Sia che si parli di paesi orientali che occidentali, a prescindere da religioni e popolazioni, in qualche modo trovano delle connessioni che travalicano campi di indagine, spazio e tempo e si insediano nel luogo comune.

Ecco allora che questa sindrome, rientra tra le  “paralisi del sonno” e  la si fa risalire a quel tipo di immaginario legato a inquietanti, misteriose e terribili visioni che, sotto forma di incubo o di finzione nella realtà, ci appaiono nel sonno rendendoci incapaci di muoversi.

Si tratta, meglio, di uno stato semi-cosciente di vigilanza durante il quale i movimenti e i riflessi vengono impediti dalla paura e dalla scena imprevista, ha una durata variabile, colpisce principalmente soggetti facilmente impressionabili, persone che hanno appena subito un trauma (anche legato ad un’emozione molto forte) e più facilmente persone sotto i 25 anni.

La paura… fa 90 (e sicuramente tiene svegli)

La sindrome della vecchia strega, insomma, si può manifestare dopo aver visto un film dell’orrore che ci ha colpiti in maniera violenta, oppure dopo aver assistito ad un incidente stradale dal forte impatto emotivo.
Può capitare a chi viaggia molto per lavoro e subisce jet-lag continui così come alle persone che vivono situazioni e momenti di vita particolarmente dolorosi e stancanti.

Se stacchiamo dal discorso gli aspetti legati alle credenze, alle visioni pure e impure e ai significati reconditi di certe visioni, possiamo parlare di un fenomeno da tenere sotto controllo soprattutto qualora faccia la sua “apparizione” in maniera più prolungata e costante.

Non è importante allora dilungarsi sulle differenti visioni che ognuno esperisce – ci sono credenze molto diverse anche in base alle leggende dei singoli paesi e culture – quanto la sensazione di terrore, panico e immobilità che, chi vive questa sindrome, prova nel momento della paralisi.

Si tratta di un’esperienza in grado di rovinare completamente la tranquillità di una notte serena, con strascichi psicologici e ricordi che possono protrarsi anche nei giorni seguenti.

Lo spavento legato alla sensazione di non riuscire a muoversi, dopo tutto, è abbastanza forte.

Paralisi del sonno: rimedi e consigli utili

Durante un episodio di paralisi ipnagogica, ma anche nella fase preparatoria al riposo, è cruciale cercare di gestire l’ansia che ne consegue praticando esercizi e tecniche di rilassamento che aiutino i muscoli a sciogliersi e tornare attivi in pochi minuti.

Le pratiche di rilassamento possono essere svolte individualmente, al presentarsi di un attacco di intensità variabile e possono diventare normale prassi quotidiana anche laddove il problema delle paralisi non persista più.
Nei casi più forti di paralisi del sonno è utile concentrarsi sulla respirazione profonda, prestare attenzione ai movimenti del corpo, specialmente degli arti, concentrarsi sul movimento degli occhi e svolgere una breve meditazione rilassante non appena si ristabiliscano le normali condizioni corporee.

Non sono certo le vecchie streghe il problema, ma la difficoltà, in taluni momenti della vita, a trovare dentro di sé il giusto equilibrio per vivere serenamente e in armonia con corpo e mente.

“Il sonno serve”: parola di Intelligenza Artificiale 

Chi l’avrebbe mai detto? Al contrario di noi esseri umani, per i quali, fisiologicamente, il sonno è necessario e fondamentale, avremmo potuto pensare che le intelligenze artificiali non avessero mai bisogno di fare una siesta, un riposino. E invece… 

Le basi di uno studio in pubblicazione su PLoS Computational Biology hanno dimostrato come anche le reti neurali artificiali possano beneficiare di un momento di pausa, specialmente in un momento delicato e complesso delle loro attività legato alla sedimentazione e memorizzazione delle  informazioni trascritte fra una sequenza di apprendimento e l’altra. 

Ma vediamo meglio, insieme, come funziona questo procedimento. 

Intelligenza artificiale: a cosa serve il… “sonno?”

Per chi stesse leggendo questo articolo senza conoscere approfonditamente la materia trattata, facciamo un semplice e basilare riassunto per comprendere quello che sappiamo, ad oggi, sulle IA. 

Esse, del tutto in grado di riprodurre automaticamente una sequenza di informazioni e azioni, una volta memorizzata, con relativa facilità, sembrano però ancora deboli sull’immagazzinare una seconda sequenza di dati senza sovrascriverli sui primi e, di conseguenza, perderli. 

In poche parole, se insegniamo e istruiamo un AI al comando A, essa potrà impararlo e riprodurlo centinaia di volte in maniera perfetta e identica, ma quando andiamo ad immettere i dati per la sequenza B, essa non sa creare collegamenti rapidi, e memorie, ricordi, in modo da lavorare contemporaneamente su B senza perdere le nozioni legate al comando A. 

Quello che, dunque, è il valore aggiunto del cervello umano, ovvero la capacità cosiddetta “continua” di creare memorie e ricordi – anche e soprattutto nella fase del sonno – le IA non ce l’hanno, ed ecco che veniamo alla ragione di questo articolo. 

Il riposo fa bene anche alle IA: memoria e sonno

Gli studi e le ricerche compiuti sul sonno simulato delle IA, che hanno cercato di stimolare, in maniera caotica, le reti neurali assicurandosi che proprio nel momento di inattività venisse riprodotta – come accade a noi uomini nella fase REM mentre dormiamo – una serie di processi e attivazioni uguali a quelli posti in essere nel tempo dell’apprendimento, hanno anche dato qualche importante informazione aggiuntiva su quale sia il tempo migliore per riposare: non dopo due differenti sequenze, cioè prima il compito A, poi il B e allora il riposo, ma proprio fra le due sessioni di apprendimento. 

In poche parole, il “riposino” dell’IA dopo aver immagazzinato un set di dati e informazioni, sembrerebbe potesse aiutare la macchina a non dimenticarle e rimuoverle, una volta immessi anche i dati di una seconda e nuova sequenza. 

Si tratta, questa, di una ricerca e di un possibile sviluppo assolutamente importante e clamoroso nel campo dell’IA: se questi test venissero infatti confermati anche su sistemi di azioni più grandi e complessi, come quelli delle reti neurali di grandi aziende, potrebbe essere utile a perfezionare i risultati sull’addestramento delle IA e sulla capacità di apprendimento di informazioni e sequenze. 

Si tratterebbe, in altre parole, di una scoperta molto rilevante per gli studi futuri sulla robotica e numerosi altri campi di indagine. 

Qual è il miglior momento della giornata per allenarsi? 

Amanti e appassionati di sport e attività fisica, ecco un articolo dedicato a voi.

Qui parleremo infatti di qual è il miglior momento della giornata da dedicare alle sessioni di esercizio, anche nell’ottica di poter beneficiare di un sonno di qualità.

La salute psico-fisica, infatti, giova enormemente della scorta di energie e di risorse che lo sport dona all’organismo: ma non tutti i momenti della giornata sono ottimali per sforzare i muscoli.
Vediamo insieme perché.

Sport e ritmo circadiano

Il ritmo circadiano, ovvero una sorta di orologio biologico interno che, basandosi anche sul sistema luci – ombre, “orienta” il nostro corpo nel corretto svolgimento delle proprie funzioni, è indispensabile da conoscere per arrivare a capire come funziona il nostro organismo.
Se siamo persone che prediligono gli orari mattutini, arrivando a dare il meglio di sé nelle prime ore della giornata, o se invece siamo più produttivi nelle ore serali.
Il ritmo circadiano non è però solo una questione di gusti, quanto un vero e proprio tempo interno che scandisce alcune reazioni, ed ecco che per stare meglio – e dormire bene – è necessario rispettarlo e assecondarlo.

Lo sport, con la necessaria scorta di energia che dà ma anche che toglie a chi lo pratica, specialmente a livello agonistico o professionale, è un’attività che richiede molta concentrazione e grandi energie.

Fa bene praticarlo sempre? Assolutamente si. E per tutti, anche per le persone più attempate che desiderano solo allungare i muscoli quotidianamente o esercitarsi con lunghe pratiche di respirazione.

Fa bene praticarlo indistintamente dalle ore della giornata? Ecco, questo forse no. E nel prossimo paragrafo scopriremo perché.

Meglio allenarsi la mattina o la sera?

Non esiste una formula matematica esatta per rispondere a questa domanda, molto dipende ovviamente dalle inclinazioni e dalle abitudini personali.

In linea di massima, tuttavia, sappiamo che le ore pomeridiane sono quelle in cui il corpo è al “massimo” della sua forma fisica e delle capacità di reazione: la temperatura corporea è nella fase ottimale, i muscoli sono svegli e attivi, la ricettività al dolore è inferiore. Insomma, il corpo sta che è una meraviglia.

La sera, invece, non è raccomandabile allenarsi troppo visto che l’esercizio fisico tende a far aumentare la temperatura corporea e a diminuire la produzione dell’ormone legato al sonno.

Tutte le persone che soffrono di disturbi correlati al riposo, insomma, dovrebbero tenersi lontane dalla palestra o dal campo di tennis, soprattutto nelle 2/3 ore precedenti all’addormentamento.

Anche se una comune tradizione vuole che allenarsi la sera aiuti gli sportivi ad andare a letto stanchi e quindi a dormire meglio, questo è in realtà un controsenso giacché anche un corpo, dei muscoli e una mente troppo sfibrati, non conducono necessariamente ad un sonno lungo e ristoratore, ma anzi.

Allenarsi la mattina, o il pomeriggio, è preferibile per lasciare ai muscoli il tempo di recuperare così che durante la notte il corpo consoliderà il lavoro di recupero.

Quello che potete fare per rendere più mite e dolce il momento dell’addormentamento, tuttavia, è farlo precedere da una breve sessione di esercizi di stretching o di meditazione e/o esercizi di respirazione.

Questo sì che vi permetterà di riposare meglio e più a lungo.

Il materasso zenO sport

Progettato per facilitare il sonno di uno sportivo, grazie al suo tessuto in cotone e grafene riesce a regolare la temperatura in eccesso, ideale per chi fa intensi esercizi serali.

La struttura con 3 livelli di Memory più la base ortopedica Dynamic S lavorano in sinergia tra loro per distribuire meglio i carichi andando a ridurre al minimo la pressione, in particolare nei punti più sporgenti del corpo: Bacino e Spalle.

Grazie inoltre alla tecnologia V-tech advance nella zona spalla, si ha un ottimo affondo e comfort per le spalle, mantenendo un ottimo supporto ergonomico per la schiena, ideale per chi ha un fisico V shape, spalle larghe e vita stretta.

Provalo… hai 100 notti per innamorarti

Sport all’aria aperta: cosa, quando e perché

Passare il proprio tempo libero nella natura, a contatto con gli elementi della terra, dell’aria o del mare, è un toccasana in grado di apportare benefici al corpo e alla mente.

Anche praticare esercizio fisico outdoor ha i suoi notevoli vantaggi.

In questo articolo andremo quindi a spiegare perché incoraggiare uno stile di vita il più possibile en plein air, introducendo anche il concetto di earthing.

Sport all’aria aperta

Non importa che siate fan dell’arrampicata, del trekking o del nuoto: se avete la fortuna di potervi recare in un luogo naturale a praticare queste attività – se vivete vicini al mare o alle montagne, o se avete un parco abbastanza grande e alberato sotto casa – è sicuramente migliore recarvi lì per la vostra corsetta giornaliera anziché in palestra.

Fare esercizio all’aperto migliora le funzioni cardiovascolari, facilita l’ossigenazione muscolare, aiuta a fare scorte di vitamina D – grazie alla luce solare – e dunque tutto il vostro corpo, dalla pelle agli organi interni, non avrà che da ringraziare.

Inoltre, da un punto di vista di umore, allenarsi all’aria aperta significa ricevere più stimoli e dunque annoiarsi meno facilmente.

Mantenendo una routine di allenamento all’aperto abbastanza costante, noterete gli effetti anche sullo stress: cominciare la giornata con una sessione di camminata a passo svelto in un bosco o in mezzo al verde, vi farà sentire meno tesi e ansiosi. 

Che sia una forma di esercizio fisico o più un modo di scaricare la tensione, il senso di revitalizzazione e l’accumulo di energie che vi fornirà la natura, certo un luogo chiuso – magari nemmeno perfettamente illuminato o areato – potrà concedervelo.

Earthing: a piedi nudi… nel parco

Essendo un concetto relativamente “nuovo” (in realtà non lo è affatto ma se ne è cominciato a parlare molto tardi) tanti di voi forse non avranno mai sentito parlare di earthing, ovvero della buona abitudine di togliersi le scarpe quando si cammina o si corre a contatto con la terra, in modo da far fluire senza ostacoli l’energia (e l’elettricità) accumulata nel nostro corpo e assorbire quella del terreno.
Non è troppo un segreto, dopotutto, che il nostro corpo, oltre ad un certo peso, una forma e una temperatura, ha anche il suo livello di elettricità.
Come i poli e la carica delle pile, anche il sistema uomo ha bisogno di connettersi con quello della terra, a livello energetico: per espellere le tossine, lasciare andare ciò che non è necessario, oppure al contrario alimentarsi di ciò di cui ha carenza, l’uomo può trarre moltissimi benefici dal contatto con la terra.

L’earthing, fra i suoi lati benefici: 

  • Diminuisce gli stadi  infiammatori e riduce il dolore
  • Migliora la pressione del flusso sanguigno
  • Aiuta a dormire meglio
  • Allevia sintomi mestruali e ormonali
  • Allevia e diminuisce stress e tensione
  • Aiuta i fenomeni di guarigione in corso

Insomma, siete pronti per una bella passeggiate rigenerante nella natura? Se a piedi nudi…ancora meglio.

Clinofobia: quando la paura più grande diventa il sonno

Forse non ci crederete, o non ne avete mai sentito parlare – trattandosi di una fobia abbastanza contenuta, seppure in aumento fra le giovani generazioni – ma esistono alcune persone che si spaventano all’idea di andare a dormire.
La clino o ipnofobia, ovvero appunto la paura di addormentarsi, può dipendere da numerosi fattori, ha dei trattamenti specifici per coloro che ne soffrono ma si tratta di un’ansia che può creare notevole malessere a chi la prova, soprattutto perché rischia di far perdere tante ore di riposo, che come sappiamo possono invece essere estremamente preziose per il benessere e il recupero psico-fisico.

Paura del sonno: come accorgersene

Se prima di andare a dormire (o il pensiero stesso di farlo) vi incute disagio, ansia, stress, se vi fa sudare freddo, tremare leggermente le mani, e se dopo esservi girati e rigirati nel letto, l’insonnia prende il sopravvento e con essa, spesso, anche brutti pensieri generalizzati che, anche una volta addormentati, si potrebbero trasformare in incubi, allora è probabile che a tediarvi sia proprio la paura del sonno.
Non allarmatevi ulteriormente, comunque: si può mitigare e risolvere l’ansia di addormentarsi. Bisogna prima visualizzarla, capirne le cause e poi lavorarci un po’ su.

Possibili cause della clinofobia:

Le cause della paura del sonno possono sono spesso un mix di fattori genetici e ambientali. Chi ha avuto in famiglia esempi di persone con un cattivo rapporto col sonno, soggette ad attacchi panico o che soffrivano di fobie specifiche, probabilmente è più incline a riprodurre queste manifestazioni anche nel proprio percorso individuale.
Dall’altro lato, aver direttamente fatto esperienza di traumi (con successivo stress post-traumatico), incidenti, situazioni pericolose e quant’altro, può influire sulla qualità del sonno e ripercuotersi sul benessere del riposo.
I traumi, spesso, riaffiorano sotto forma di incubi o insonnia proprio durante la notte, anche a distanza di anni dall’accadimento.

Paura del sonno: come prevenirla e/o risolverla

Sia nel caso in cui si realizzi di provare sensazioni diverse, magari ancora non troppo accentuate, ma comunque di malessere rispetto all’idea di addormentarsi, che nel caso di un disturbo conclamato, il suggerimento è quello di affrontare – con un terapeuta esperto e mirato sulla materia – un percorso di rieducazione comportamentale che indaghi la fonte delle paure, le sciolga, allontanandole in maniera definitiva.
Ci sono poi i farmaci, da assumere però solo sotto raccomandazione di un medico esperto del sonno, e comunque in taluni casi specifici (una notte di malessere, o un periodo di stress accumulato che ha cause e ragioni ben definite, non dà necessità di prendere medicinali per dormire! Prima ci sono altri tentativi da fare).
Qualsiasi sia l’origine della paura, arrivare a visualizzare il proprio malessere – con l’aiuto di esperti della salute mentale che sapranno guidarvi nella migliore terapia per il vostro caso – è possibile e altamente auspicabile: basta avere il coraggio di aprirsi, di fare testimonianza della propria paura, senza vergognarsi, per ritrovare presto un sonno ristoratore ed energizzante che infonda benessere e tranquillità a mente e corpo.

Stress post traumatico e sonno

Se vi è capitato di subire traumi di una certa intensità, che siano legati a brutti ricordi, incidenti, eventi al alto impatto stressante, sia fisico che emotivo, sicuramente sapete già rispondere alla domanda nel titolo di questo articolo.
I disturbi da stress post traumatico influiscono molto sulla qualità – ma anche la quantità – del sonno, anche parecchio tempo dopo che tali eventi si sono verificati e sono stato – apparentemente – rielaborati.
Come funziona il nostro cervello? E la memoria? Per approfondire meglio i rapporti fra traumi e riposo, infatti, bisogna passare proprio dai processi di funzionamento del nostro cervello e – in particolare – di alcune regioni cerebrali quali ippocampo, amigdala, corteccia insulare.
Tutte queste aree del nostro cervello sono coinvolte in particolari e delicati meccanismi di elaborazione, rimozione, vigilanza, a livello di fobie e memorie e non è facile – anche perché gli studi e le ricerche compiute devono ancora trovare validazioni condivisi e scientificamente provate – capirne i meccanismi.
Ma procediamo con ordine.

Di cosa parliamo quando parliamo di stress post-traumatico?

Ogni qualvolta che subiamo un trauma, di natura fisica o emotiva e di una certa intensità, il nostro corpo e la nostra mente lo “registra” e lo conserva in delle piccole scatole ben definite all’interno del cervello.
Quando ci sentiremo di nuovo in pericolo o difficoltà, allora, può essere che si attivino immediatamente dentro di noi una serie rapida di collegamenti che portano il cervello a lanciare un segnale, come una sorta di allarme, così che tutto il nostro corpo si riattivi, richiamando le sensazioni e le emozioni, fra cui anche la paura, delle dinamiche già precedentemente vissute.
I disturbi da stress post-traumatico sono tanti e di vario genere: l’insonnia è una delle più comuni. Fra le persone che hanno subito traumi forti, infatti, la carenza o l’assenza di sonno notturno sembra verificarsi con percentuali abbastanza alte.
Anche incubi, terrori notturni e apnee sono conseguenze molto frequenti legati a eventi traumatici.
La caratteristica, anche abbastanza subdola, che rende spesso difficile individuare e diagnosticare con certezza i disturbi legati ad eventi traumatici, è che possono verificarsi anche dopo un certo tempo dall’accadimento: tempo nel quale il nostro cervello può aver tentato anche di rimuovere l’evento stesso, andando a creare dei corto-circuiti che a livello fisico ed emotivo arrivano poi a creare inevitabilmente stati di malessere anche molto forti.

I disturbi da stress post–traumatico possono incidere sulle condizioni del riposo?

Per cercare di porre rimedio alle sofferenze del sonno legate ad eventi traumatici, si può tuttavia suggerire una lista di accortezze e consigli da tenere a memoria.
Fra questi:

  • Prestare attenzione all’igiene del sonno (allontanando, ad esempio, dalla stanza da letto le fonti di inquinamento acustico e visivo come schermi di pc, tablet e televisori).
  • Curare il proprio regime alimentare
  • Praticare tecniche di rilassamento prima di coricarsi
  • Usare macchinari per la riproduzioni di rumori bianchi, utili al rilassamento
  • Fare un bagno caldo prima di entrare sotto le coperte
  • Evitare dibattiti, situazioni stressanti e ansiogene, soprattutto negli orari serali
  • Darsi orari precisi e regolari di addormentamento e risveglio
  • Praticare esercizio fisico con costanza

Il movimento degli occhi nella fase REM: il risultato di un importante studio

Un importante studio condotto sui topi dai ricercatori dell’Università della California e pubblicato su Science ha evidenziato come i movimenti oculari, nel sonno, seguano ciò che sta accadendo nel sogno.
Si tratta di un’analisi molto complessa, sulla quale dovranno naturalmente essere fatte ancora successive valutazioni, ma che dà l’avvio ad una serie cruciale di riflessioni.
Che gli uomini – e anche i topi – abbiano una produzione onirica molto copiosa non è certo un segreto. Che questa produzione si concentri soprattutto nella fase di sonno REM (acronimo proprio di rapid eyes movement) lo stesso.
Ma adesso, anche grazie agli studi che vedono Massimo Scanziani come autore senior, si può fare un ulteriore upgrade: il movimento degli occhi, mentre sogniamo, non è casuale, ma segue proprio la “trama” di quello che stiamo vivendo o vedendo nella dimensione onirica.

Fase di sonno REM

La fase REM è la quarta, ed ultima, fra i diversi stadi del sonno che il nostro organismo registra una volta addormentati.
Ad una prima fase di sonno leggero, N1, caratterizzata da un lento intorpidimento muscolare ma anche da un’elevata sensibilità a suoni e agenti esterni, ne segue una seconda, N2, con una durata variabile fra i 10 e i 30 minuti, che rappresenta la vera e propria “entrata” nelle porte del riposo.
La terza fase, invece, è quella del sonno profondo, la stessa in cui il flusso sanguigno raggiunge i muscoli, rigenerandoli delle energie necessarie, ed è difficile essere svegliati.
La terza fase, considerando che i cicli del sonno si alternano durante l’arco della notte per 4-6 volte, è seguita proprio dallo stadio N4, fase REM, quella dei sogni, dove la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna aumentano progressivamente.

Perché è importante la fase REM

Numerose evidenze scientifiche hanno dimostrato, nel tempo, la correlazione fra stato della memoria e sonno: aumentando la sintesi proteica, nella fase REM si aiuta il nostro cervello a sedimentare i ricordi e dunque a sviluppare quelle capacità cognitive utili all’apprendimento e alla memoria.
È fondamentale, per queste ragioni, cercare di non interrompere o “sfalsare” i cicli del sonno notturno e soprattutto di mantenere un corretto equilibrio fra fase N3 e N4, in modo da permettere al nostro cervello di “funzionare” meglio.

Dai topi agli uomini: i nostri occhi inseguono… il sogno

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, diceva William Shakespeare, e forse è proprio così. Di sicuro, quello che sappiamo oggi, grazie anche allo studio pubblicato sulla rivista Science e compiuto attraverso piccole sonde impiantate nel cervello delle cavie, è che mentre sogniamo continuiamo a seguire con lo sguardo i nostri desideri, o qualsiasi cosa stia accadendo nella dimensione onirica.
Come a dire che il nostro cervello non si ferma mai, la sua attività è sempre vigile, e anche se dobbiamo conoscere ancora molti passaggi e processi che accadono mentre riposiamo, le notizie e gli studi che arrivano ci danno nuovi stimoli per addentrarsi sempre di più nel perfetto e complesso meccanismo della mente.

Sogni: cosa ci dicono e come interpretarli

Fin dai tempi antichi, provare a decifrare le immagini che si producono e si “materializzano” durante il riposo, ha destato l’interesse di studiosi e appassionati. Dare un senso alle proiezioni della mente, conoscere i viaggi dell’inconscio è un mistero entusiasmante sul quale si sono basati miti e leggende e su cui sono stati scritti migliaia di manuali e profezie.
Da Freud a Jung, da Hall a Domhoff è sicuramente proprio nel XX secolo che si è arrivati a formulare le teorie più interessanti sui sogni e sulla loro influenza nella quotidianità.
Senza volerci soffermare troppo sulle singole teorie di questi psicanalisti e studiosi, è interessante però notare come i sogni si siano plasmati su differenti realtà e livelli: uno più popolare e legato alle tradizioni, con usanze, simboli e un codice orale tramandato di generazione in generazione, ed uno invece più scientifico, che lega i sogni e la loro genesi a precisi processi e meccanismi che accadono nel nostro cervello mentre dormiamo.

Sogni ricorrenti ed immagini evocative

Sognare è un’attività che a chiunque è capitata almeno una volta nella vita: sotto forma di immagini positive e calmanti o, al contrario, come incubi capaci di portare addirittura al risveglio, la potenza della mente di creare un immaginario complesso e sfaccettato durante il riposo è qualcosa di davvero straordinario.
Ma cosa ci dicono, su di noi, i sogni che si fanno? Se per Freud questi erano la proiezione inconscia di un desiderio, oggi buona parte della comunità scientifica si concentra maggiormente su altri aspetti, fra i quali:

  • La capacità, attraverso i sogni, di immagazzinare esperienze e vissuti in modo da aiutare chi li compie a rielaborare in maniera più proficua alcune brutte esperienze (traumi) accaduti nella vita reale;
  • L’importanza dei sogni nel processo di consolidamento delle immagini e della memoria;
  • Il ruolo dei sogni nell’incrementare la creatività e le performance come parte di uno scenario narrativo che proprio nell’inconscio e nel riposo trova la sua forma di espressione più pura.

Come “monitorare” i propri sogni

Se sognare disastri naturali è qualcosa di molto frequente e comune, certe volte le persone sono in grado di ricostruire, nella dimensione onirica, paesaggi, colori, dialoghi così vividi e presenti da far davvero riflettere.
I sogni, specialmente gli incubi, possono indicare anche il livello di ansia e tensione a cui siamo quotidianamente sottoposto, dal momento che se è vero che il corpo parla, talvolta lo fa usando ogni risorsa e mezzo a sua disposizione.
Chi ha un’attività onirica molto potente e ampia, può comunque tenere un diario giornaliero dei sogni che fa in modo da analizzare ed approfondire meglio alcune sensazioni collegandole anche al cambiamento di abitudini, agli spostamenti, agli eventi accidentali.
In alternativa si può portare i propri sogni in terapia e discuterli con un professionista.
Infine, si può fare una riflessione su quanto alcune situazioni ed immagini elaborate nel sogno possano essere legate alle credenze religiose, sociali, etiche che ci portiamo dentro.
Non esiste una vera e propria interpretazione univoca dell’immaginario onirico, ma ci sono dei segnali che il nostro corpo manda per voler essere ascoltato.
In questo senso, i sogni non sarebbero che un mezzo, uno strumento, per veicolare un messaggio.

Il Materasso: dal Neolitico a ZenO… ne ha fatta di strada

“Sua maestà” il materasso, il comodo strumento su cui ci adagiamo ogni notte, il vero protagonista indiscusso del riposo, elemento caratterizzante del sistema letto e a volte, perché no, anche elemento d’arredo per il design della stanza, ha una storia lunghissima e davvero importante alle spalle.
Anche se a volte tendiamo quasi a darlo per scontato o non prestiamo la giusta attenzione nella valutazione e nella scelta di quello che sia il prodotto migliore per il benessere del nostro riposo, sarebbe bene invece guardare a come tantissimi popoli, nella storia, si sono impegnati per trovare via via nuovi metodi per dare sollievo alle ossa di schiena e collo migliorando la qualità del loro sonno.

Fin dal Neolitico, dalle caverne a cui si fanno risalire i primi sistemi di riparo e imbottitura dei giacigli per la notte, fino ad arrivare ai moderni ed ultratecnologici metodi di progettazione e produzione attuali, ci sono stati tanti passaggi intermedi, tante “epoche”, caratterizzate principalmente da un’evoluzione nell’imbottitura e nella struttura stessa del materasso.
Con fieno e lana prima, con paglia e piume poi, dagli Egizi ai Romani, dagli Arabi ai francesi, con i secoli tutti hanno apportato delle modifiche per rendere più congeniale e comodo il proprio riposo. È sicuramente durante l’800 che ci si è via via cominciati ad avvicinare a quello che è il materasso per come lo riconosciamo oggi. Furono inventati i primi sistemi di molle, così come brevettato il primo materasso ad aria e ad acqua. Col ‘900, e il lattice di gomma di Mr.Dunlop, poi è seguito tutto il resto.

Il mercato del materasso, oggi, propone soluzioni adeguate ad ogni esigenza e inoltre l’innovazione nel settore aiuta a trovare numerose opzioni personalizzabili che rendono la decisione più veloce ed equa per la coppia.
Nella scelta di un materasso, va detto, influiscono vari fattori quali:

  • Le abitudini personali
  • Il peso corporeo
  • La resistenza alle varie temperature
  • L’adattamento a superfici morbide o più dure
  • I problemi di schiena oppure di cervicale.

Se fino a qualche anno fa il mondo del materasso era essenzialmente dominato dai concetti di ortopedico e di rigidità, ovvero dalla convinzione di applicare meccanismi correttivi per problemi posturali attraverso un supporto duro, che evitasse spiacevoli e nocivi avvallamenti, conseguenti anche all’usura, con il procedere della tecnologia, coi nuovi materiali e nuove lavorazioni sempre pronte a soddisfare al meglio l’esigenza del consumatore, l’industria del materasso si è messa alla prova con l’importanza del concetto di ergonomia, ovvero progettare supporti che siano in grado di modellarsi al peso e alla struttura di chi li usa.

Non si corregge una postura scorretta con la rigidità quanto piuttosto con un materasso che sappia sostenere la colonna, che si adatti alle diverse posizioni del sonno, che non crei avvallamenti col tempo ma che non resti nemmeno troppo rigido troppo a lungo.
Se ne evince, dunque, che un materasso ergonomico è di per se stesso anche ortopedico!
Un materasso di buona qualità, inoltre, non deve essere tutto ugualmente rigido o morbido, senza differenze, poiché il corpo che va ad adagiarvisi non ha la stessa struttura e lo stesso carico dalla testa ai piedi. Una questione centrale è dunque quella della portanza, ovvero la misura di resistenza ad un carico. Maggiore è il valore di portanza di un materasso, maggiore sarà la sua rigidità.

La portanza incide sull’ergonomia del materasso e sulle caratteristiche complessive del prodotto, basate sulle esigenze di chi andrà ad utilizzarlo (comfort, gradevolezza, traspirazione, facilità di trasporto) e deve essere ben calcolata soprattutto da chi ha problemi legati alla colonna vertebrale, chi soffre di mal di schiena, dolore alle anche o ha problemi di cervicale.

Grazie alle sue ben 7 zone differenziate, ZenO è il materasso perfetto per chi sta cercando la massima comodità ed ergonomia in un solo prodotto: né troppo rigido né troppo morbido, ZenO sostiene la schiena quando si dorme a pancia in su, la colonna vertebrale per chi preferisce dormire a pancia in giù ed ammortizza il peso di spalla e fianchi per coloro che riposano sul fianco.
La schiuma ultradensa, in memory progressivo, si adatta a tutte le fisionomie, fino a 130 kg. ZenO è certificato dispositivo medico e la sua realizzazione è frutto di numerose ricerche e studi scientifici su ergonomia e ortopedia.

No agli alcolici prima di andare a dormire, soprattutto per i futuri papà

Uno studio compiuto da alcuni ricercatori con base a Shangai si è interrogato sulle conseguenze legate al consumo di alcol da parte dei padri nei mesi precedenti al concepimento del bambino e in quelli di gravidanza.
Le evidenze, per quanto frutto di analisi da approfondire e ancora premature per fungere da case study, hanno dimostrato come il sonno del nascituro, ed i comportamenti legati al riposo nei futuri 4 – 6 anni, verrebbero minacciati da rischi e problematiche quali ansia, depressione e sviluppo di comportamenti aggressivi.
Bere alcolici, dunque, non è consigliabile e tutti i genitori che stanno prendendo la decisione di mettere al mondo un figlio: l’alcol interferirebbe con le abitudini del bambino in fatto di sonno e addormentamento, sottoponendolo ad un forte stress e alla possibilità di sviluppare carenze o cattive abitudini del riposo.
Un altro studio, questo incentrato sui comportamenti della madre legati al consumo di alcol, evidenzia come le donne che continuano a bere anche durante la gravidanza avrebbero più probabilità di generare un bambino con quoziente intellettivo più basso e deficit di attenzione.
Per quanto, in modeste quantità, l’alcol possa essere considerato una piccola gioia che allieta il gusto di amatori e appassionati, nei mesi di concepimento e gravidanza, i genitori dovrebbero riporlo in cantina per il bene del nascituro, soprattutto per il suo futuro riposo.
L’idea, ovviamente, rientra in un progetto più ampio che prevede uno stile di vita sano – a maggior ragione se si sta cercando di concepire un bambino – che non riguarda solo il consumo di alcolici ma anche l’attività fisica e una corretta igiene del riposo.
Pratiche disintossicanti e corrette – come lo slow living e il digital detox – sono abitudini che farebbero davvero bene ai futuri genitori: sarebbe necessario impostare dei precisi tempi ON ed OFF-line in modo da porre dei confini e dei tempi per non ritrovarsi a controllare le mail, o rispondere ai messaggi, quando si è già in procinto di addormentarsi.
Computer, laptop e cellulari non dovrebbero far parte dell’arredamento, per così dire, della camera da letto: né la sera, né al risveglio, si dovrebbe concentrare la propria attenzione (e la vista!) sulle luci di uno schermo.
Digital detox non significa privazione: non parliamo di una realtà utopica in cui possiamo prendere in considerazione di allontanarci permanentemente dai dispositivi che ormai sono parte integrante dei nostri lavori, delle relazioni, ma significa impostare dei tempi, delle regole, per non farsi sovrastare da una digital media flood, una tempesta di stimoli online che vanno ad inficiare i nostri comportamenti, le abitudini, i ritmi della vita off.
Dormire, mangiare, meditare, ascoltare, parlare coi propri figli, sono azioni che non debbono essere disturbate o interferite in alcun modo, in nome del benessere complessivo, fisico e psicologico, delle nostre relazioni e di noi stessi.
Quindi, neogenitori, vi abbiamo messo in guardia: un bicchiere di vino e qualche chiacchiera chat o social media di meno e vostro figlio, un giorno, vi ringrazierà.