One Fits All: il materasso… adatto a tutti

Si è sentito molto parlare, negli ultimi tempi, della tendenza “One fits all”. Ma che cosa si intende esattamente con questa dicitura se parliamo di materassi?
Un unico supporto per tutta la famiglia? Beh… non proprio.
Piuttosto, potremmo dire, un materasso che va bene per tutta la famiglia, a prescindere dalle differenze di statura, peso corporeo e dalle posizioni del sonno. Ma com’è possibile, vi chiederete?
Come fa, un supporto estremamente personalizzato, ad adattarsi ad esigenze diversificate? Continuate a leggere questo articolo per scoprirlo!

L’importanza del materasso

Insieme alla rete (struttura) e agli accessori del riposo (topper, cuscini e altri tools), il materasso è parte del cosiddetto sistema-letto, ovvero di tutto ciò che necessitiamo per godere di un sonno sano e ristoratore.
Il materasso è, forse, la parte più delicata ed importante di questo Sistema, giacché deve provvedere a svolgere numerose funzioni.
Inoltre, il materasso non è tipicamente un prodotto usa e getta, ma anzi… si presume debba durare a lungo prima di usurarsi.
Dal momento che la spesa per acquistarlo non è fra le più contenute, bisognerà dunque prestare molta attenzione e cura prima di scegliere il supporto giusto.

Differenti caratteristiche… differenti tipologia di materasso

Oltre al peso e alla statura, quello che è fondamentale sapere prima di scegliere un materasso è la posizione in cui si dorme. Supini, proni o di lato sono generalmente le tre combinazioni di base.
Se dormite a pancia in su, allora, avrete di certo sentito consigliarvi preferibilmente un materasso semi-rigido, per non appesantire troppo il carico sulla colonna vertebrale;
Se invece dormite a pancia in giù, meglio un supporto più rigido, per non sprofondare letteralmente nel materasso andando a sbilanciare in maniera importante tutto il carico di pesi e sostegni sulla muscolatura.
Infine… senz’altro chi preferisce dormire di lato sa che è meglio riposare su un supporto morbido e confortevole soprattutto per non danneggiare le spalle.

One fits All… La soluzione a tutti i vostri (diversi) problemi

Quando la spesa da affrontare per cambiare il materasso diventa urgente, magari a causa dell’usura del vecchio supporto, o quando diventa necessaria non solo per il vostro letto ma anche per quello dei vostri figli (per esempio nel caso di un trasferimento o di una ristrutturazione della vostra abitazione), le domande da porsi sono tante.
Come dormiamo? Come ottimizzare, in qualità e prezzo, il prodotto da acquistare? Quanto durerà? Meglio materasso in memory o in lattice?
Insomma, chi più ne ha, più ne metta!
Ebbene, una soluzione potrebbe essere proprio quella del materasso one fits all. Si tratta di un supporto pensato appositamente per venire incontro alle varie differenze di ciascuno presentando delle caratteristiche specifiche mai troppo sbilanciate.
Sarà quindi un materasso non troppo rigido né troppo morbido, in grado di accogliere le peculiarità di chi lo usa garantendo sempre il massimo del comfort e della funzionalità.
One fits all è il supporto decisamente più azzeccato per chi sta ancora “cercando” il proprio modo di riposare (è ottimo, ad esempio, per i ragazzi adolescenti); o se avete un sonno a scatti, in cui vi girate e rigirate spesso.
Una scelta intelligente anche per le persone più anziane, che proprio in ragione dell’età si fanno più fragili e hanno bisogno di supporti sostenuti e di qualità.
One fits all: i vostri bisogni in una sola risposta!

Sonno e noia mentre studi o lavori? Perché 

Quante volte, da giovani studenti, vi sarà capitato di fare le ore piccole sui libri fino a finire addirittura con la testa sulle pagine?
Oppure a lavoro, dopo ore ed ore passate a sbrigare qualche noiosa pratica, quante volte avrete sofferto di quella crisi acuta di sbadigli?
Ebbene, si tratta di un fenomeno del tutto normale: mantenere l’attenzione attiva, sia nello studio che nel lavoro, non è facile né immediato.
Ma perché accade? Perché ci succede di essere colti da improvvisa sonnolenza mentre si svolgono attività di concentrazione? E come fare a non soccombere finendo per addormentarsi davvero?
Scopriamolo insieme in questo articolo!

Sonno e noia: una combo micidiale

Uno sforzo mentale prolungato – sia esso compiuto per imparare l’intero capitolo di letteratura o per portare a termine un compito lavorativo – richiede molta energia e attenzione.
Le energie, tuttavia, non sono infinite e può succedere che, una volta esaurite, il corpo e la mente sentano il bisogno di allentare la pressione; in altre parole si mettano in stand-by.
Il congelamento dell’attenzione può essere conseguente anche alla stanchezza, sia fisica che intellettuale: uno dei tanti modi che il nostro corpo ha di inviarci dei segnali e consigliarci – in questo caso – di interrompere la sessione e riposarci.
Anche la noia, intesa come stato emotivo, ha molto a che vedere col sonno: quando non abbiamo più voglia di fare qualcosa, quando cala – in altre parole – l’intensità di stimolo e stupore che ci anima nelle attività quotidiane, spesso perdiamo l’attenzione e subentrano gli sbadigli, la voglia di muoversi, il torpore e infine il sonno.
Stimolarsi continuamente e in maniera costante non è possibile: è fisiologico, infatti, che dopo un certo periodo di tempo trascorso a compiere un’attività, sia essa manuale che intellettuale, ci si senta spossati e desiderosi di interrompere anche solo per mezz’ora.
In questa fase è necessario ascoltare il proprio corpo e non sforzarsi – anche se il dovere chiama – a fare tutto controvoglia. I risultati infatti, sia di apprendimento che di rendimento, saranno inferiori e non ottimali.
Meglio fare una pausa, e ripartire con lena più tardi.

L’iper-stimolazione del sistema visivo: cause e segreti per tornare attenti e vigili

Uno dei motivi per cui vi potrebbe capitare di sentirvi stanchi e affaticati dopo molte ore sui libri o sui faldoni di lavoro è l’iper-stimolazione visiva, estremamente comune ai giorni d’oggi anche per le tante fonti e strumenti digitali che consultiamo e abbiamo sott’occhio in continuazione (Pc, tablet, smartphone).
Quando e se vi accade di sentire gli occhi bruciare per la stanchezza (con anche una sensazione di gonfiore e appesantimento delle palpebre) potete provare a:
Alzare la testa da libri e/o dispositivi e fissare il soffitto per circa 20 secondi prima di riprendere a scrivere e leggere
Regolare bene la posizione di libri e tablet su cui lavorate. Devono essere ad altezza occhi.
Prima di rimettervi a ripetere o a fare calcoli, parlate con una persona e soprattutto guardatela negli occhi per almeno 15 secondi. Vi farà bene e aiuterà la vista e gli occhi.

Quando nevica… si dorme di più? Studi e ricerche

Le condizioni climatiche e ambientali del luogo in cui viviamo influiscono molto sul nostro riposo. Ma come possono una bella giornata di sole, un pomeriggio di pioggia o una nevicata determinare quanto e come dormiamo?
Ebbene, in realtà le connessioni fra i fenomeni non mancano, riguardano il ritmo circadiano ma anche le abitudini che tendiamo a manifestare a seconda degli agenti atmosferici che ci troviamo a fronteggiare. Vediamo insieme, in questo articolo, come il meteo può influenzare il benessere delle nostre notti.

Ritmo circadiano: di cosa si tratta?

Il ritmo circadiano è un meccanismo di auto-regolazione, una sorta di “orologio” all’interno del nostro corpo che, basandosi su alcuni parametri fondamentali come il sistema luci/ombre, scambia informazioni vitali con tutto il nostro organismo, regolando la produzione di ormoni nell’arco delle 24h e conseguentemente l’alternanza sonno-veglia.
È importante conoscere il funzionamento del ritmo circadiano poiché esso può aiutarci a prendere coscienza di alcuni processi interni al nostro corpo – come si scaturiscono e cosa li influenza maggiormente – e a mettere in atto i giusti comportamenti per uno stile di vita più sano ed equilibrato. In altre parole, il ritmo circadiano aiuta a capire come siamo fatti.
Gli stati di sonno e veglia, ad esempio, sono profondamente legati alla regolazione di luce ed ombra. L’attività fisica genera ha effetti che poi ricadono anche sull’umore. L’umore stesso influisce enormemente il riposo.
Ecco che – parlando di condizioni climatiche – in estate, allora, quando le giornate si allungano e la luce solare è maggiore, si tenderà – in maniera generica – a dormire meno mentre in inverno è probabile che il tempo trascorso sotto il piumone aumenti di qualche minuto.

Meno luce solare e più freddo: la combinazione perfetta per dormire un po’ di più

La temperatura ideale per il riposo sta circa sui 18 gradi. In inverno, quando fuori di casa le condizioni sono particolarmente rigide, è probabile che si senta il desiderio o l’esigenza di attardarsi ancora un po’ al riparo di un confortevole piumone.
Il freddo, unito alla diminuzione della luce solare, potrebbe essere un incentivo al sonno.
Al contrario, quando il tempo è bello, la luce è alta fino a tardo pomeriggio e le temperature – anche di notte – arrivano a picchi di calore importanti, il corpo sente in maniera meno importante la necessità di dormire di più.

E…la neve? Un’interessante ricerca al riguardo

Il Dr. Alex Dimitriu, fondatore della Menlo Park Psychiatry & Sleep Medicine in California ha dedicato molto tempo a provare a capire le correlazioni fra meteo e sonno sulla popolazione americana, con particolare riguardo agli effetti della neve.
Abbastanza difficile da sopportare per chi soffre di ansia, depressione e SAD (Seasonal affective disorder), la neve potrebbe in realtà avere, su una buona percentuale di persone, un effetto anche rilassante, ipnotico, in grado di far dormire qualche minuto di più.
Negli studi condotti a proposito – dividendo le aree oggetto di ricerca a seconda delle fasce climatiche e della quantità di neve caduta in un determinato periodo di riferimento – (i precedenti 5 anni) si è visto che durante le tempesta di neve le persone intervistate guadagnavano circa 10 minuti di sonno, sebbene tendano ad andare a letto più tardi o ad avere più problemi ad addormentarsi. Che la neve possa essere, allora, un metodo efficace per dormire di più? Troppo presto per affermarlo con certezza, se non altro… può essere una buona “scusa” per rimanere a letto qualche minuto di più.

Abbiamo sempre scelto il materasso nel modo sbagliato

La prova del materasso in un negozio non è il modo ideale per decidere l’acquisto, il test non sarà mai efficace e affidabile quanto un periodo di prova di qualche giorno a casa vostra.

Provare un materasso per qualche decina di minuti può farvi capire a grandi linee la rigidità, ma ci sono molte complessità, prima di tutto la rete, non sempre il tipo di doghe utilizzato nei negozi corrisponde a quelle che avete a casa.

Una rete a doghe ortopedica (in uso nei negozi) è molto più performante e renderà più accogliente il materasso, mentre una classica rete a doghe larghe avrà nel complesso meno spinta (e comunque non differenziata), alterando la rigidità e il comfort percepito.

In secondo luogo in una prova di pochi minuti, se non opportunamente guidato, tenderai mediamente a preferire un materasso morbido che con il passare del tempo (specie se si dorme di pancia) può creare dolori alla parte bassa della schiena.

E allora, qual è il tempo e il contesto corretto di prova per capire se il materasso è quello giusto?

Non esiste un tempo specifico per capire se il materasso è quello giusto, potresti avere bisogno di alcuni giorni o addirittura settimane, per la  nostra esperienza servono mediamente 15-20 notti nel vostro letto.

Durante questo periodo di prova, il corpo e la rete si adatta al nuovo materasso e siamo in grado di valutare i benefici o eventuali i problemi che potrebbero insorgere.

In ogni caso, qualunque valutazione deve tener conto dei seguenti aspetti:

  • la rigidità (influenzata dalle doghe, dal nostro peso e dalla spinta del materasso)
  • la posizione a cui siamo abituati a dormire
  • Il calore corporeo, se siamo più sensibili o meno al troppo caldo
  • Eventuali problemi e dolori articolari o alla schiena
  • Allergie alla polvere o acari

Generalmente un materasso che si adatta bene alla tua conformazione fisica, bilanciandone bene i pesi, dovrebbe iniziare a creare un miglioramento nella qualità del sonno già dopo una settimana.

Se hai a disposizione un device per lo sleep tracking potresti essere più preciso, quando la fase REM tende ad aumentare la scelta del materasso è quella giusta.

Piante in camera da letto? Tutto quello che c’è da sapere

Dormire con le piante in camera da letto è considerato, da alcuni, una sorta di forzatura, una moda o un vezzo di design: secondo alcuni filoni di pensiero, insomma, più restiamo minimal ed essenziali nella disposizione di elementi d’arredo nella zona notte, meglio è.
Ma cerchiamo di essere più specifici, partendo anche dal presupposto che spesso avere del verde in camera può migliorare la qualità del sonno e dell’umore.
Dunque no…
Tenere una pianta in camera non è assolutamente sbagliato. Bisogna certo capire come e quali tipi di piante sono più indicate. Vediamolo meglio insieme in questo articolo. 

I benefici di avere del verde nella zona notte

Arredare la propria camera con una o più piante può avere benefici, ad esempio:

  • Sul rilassamento: alcune piante specialmente sono ottime per favorire la riduzione dello stress grazie ad un particolare effetto “calmante” e terapeutico. 
  • Sulla concentrazione, giacché diverse piante potrebbero aiutare a risvegliarsi più produttivi e attenti. 
  • Sulla qualità dell’aria che respiriamo, particolarmente importante durante il sonno. Le piante infatti, assorbendo anidride carbonica e rilasciando ossigeno, possono rendere l’ambiente circostante più salutare. 
  • Sulla qualità del sonno, dal momento che alcune specie di piante sembrano godere di particolari effetti benefici sul riposo stesso.
  •  

  • Grazie a proprietà antibatteriche specifiche, alcune tipologie di piante sono ottime per combattere malanni di stagione, sintomi da raffreddamento e piccole allergie. 

 

Quali sono le migliori piante da tenere in camera da letto?

Se vi state giustamente chiedendo quali sono allora le migliori piante da tenere in camera da letto possiamo dare il via libera a: gelsomino, lavanda, aloe vera.
Queste tipologie di piante sono ottime in quanto hanno proprietà antibatteriche, rinfrescanti, lenitive ed anche perché non necessitano di attenzioni e cure troppo stringenti  ma sono facili da trattare e da mantenere in vita. 
Si sconsiglia, invece, di tenere vicino al letto qualsiasi tipo di pianta anche solo leggermente tossica, non solo per la qualità dell’aria, ma anche se vivete con bambini e animali che, inavvertitamente, potrebbero ingerirle. 
Nello specifico, dunque, no al peperoncino, ai ficus, al mughetto al filodendro, e ad altre piante che rilasciano sostanze chimiche o che possono irritare qualora vengano a contatto con la pelle. 

In sintesi: come utilizzare e tenere le piante in camera da letto 

Dormire con le piante, insomma, non è sbagliato ed anzi potrebbe essere una sorta di esperimento da fare per rinfrescare l’aria della camera e sentire i benefici possibili. 
L’importante, ovviamente, è avere cura delle piante, dedicargli le giuste attenzioni – seppur poche – che necessitano, assicurarsi dell’aria e della luce che prendono, tenerle comunque lontane dalla portata di cani e bambini, non spostarle in continuazione da un angolo all’altro delle stanze ma nemmeno dimenticarsi della loro esistenza e non nutrirle. 
Le piante sono un elemento terapeutico eccezionale, se conosciute approfonditamente: possono avere enormi benefici calmanti, lenitivi, anti-allergici. Date una chance alla pianta che preferite, e che sentite vostra, e provate a testare i reali benefici sulla qualità del vostro riposo in un limitato periodo di tempo. 

Sindrome della vecchia strega: cos’è e come riconoscerla

Il mondo delle streghe, e più in generale dell’occulto, arrivano spesso – anche attraverso libri, leggende, credenze e racconti orali – nella nostra quotidianità. Sia che si parli di paesi orientali che occidentali, a prescindere da religioni e popolazioni, in qualche modo trovano delle connessioni che travalicano campi di indagine, spazio e tempo e si insediano nel luogo comune.

Ecco allora che questa sindrome, rientra tra le  “paralisi del sonno” e  la si fa risalire a quel tipo di immaginario legato a inquietanti, misteriose e terribili visioni che, sotto forma di incubo o di finzione nella realtà, ci appaiono nel sonno rendendoci incapaci di muoversi.

Si tratta, meglio, di uno stato semi-cosciente di vigilanza durante il quale i movimenti e i riflessi vengono impediti dalla paura e dalla scena imprevista, ha una durata variabile, colpisce principalmente soggetti facilmente impressionabili, persone che hanno appena subito un trauma (anche legato ad un’emozione molto forte) e più facilmente persone sotto i 25 anni.

La paura… fa 90 (e sicuramente tiene svegli)

La sindrome della vecchia strega, insomma, si può manifestare dopo aver visto un film dell’orrore che ci ha colpiti in maniera violenta, oppure dopo aver assistito ad un incidente stradale dal forte impatto emotivo.
Può capitare a chi viaggia molto per lavoro e subisce jet-lag continui così come alle persone che vivono situazioni e momenti di vita particolarmente dolorosi e stancanti.

Se stacchiamo dal discorso gli aspetti legati alle credenze, alle visioni pure e impure e ai significati reconditi di certe visioni, possiamo parlare di un fenomeno da tenere sotto controllo soprattutto qualora faccia la sua “apparizione” in maniera più prolungata e costante.

Non è importante allora dilungarsi sulle differenti visioni che ognuno esperisce – ci sono credenze molto diverse anche in base alle leggende dei singoli paesi e culture – quanto la sensazione di terrore, panico e immobilità che, chi vive questa sindrome, prova nel momento della paralisi.

Si tratta di un’esperienza in grado di rovinare completamente la tranquillità di una notte serena, con strascichi psicologici e ricordi che possono protrarsi anche nei giorni seguenti.

Lo spavento legato alla sensazione di non riuscire a muoversi, dopo tutto, è abbastanza forte.

Paralisi del sonno: rimedi e consigli utili

Durante un episodio di paralisi ipnagogica, ma anche nella fase preparatoria al riposo, è cruciale cercare di gestire l’ansia che ne consegue praticando esercizi e tecniche di rilassamento che aiutino i muscoli a sciogliersi e tornare attivi in pochi minuti.

Le pratiche di rilassamento possono essere svolte individualmente, al presentarsi di un attacco di intensità variabile e possono diventare normale prassi quotidiana anche laddove il problema delle paralisi non persista più.
Nei casi più forti di paralisi del sonno è utile concentrarsi sulla respirazione profonda, prestare attenzione ai movimenti del corpo, specialmente degli arti, concentrarsi sul movimento degli occhi e svolgere una breve meditazione rilassante non appena si ristabiliscano le normali condizioni corporee.

Non sono certo le vecchie streghe il problema, ma la difficoltà, in taluni momenti della vita, a trovare dentro di sé il giusto equilibrio per vivere serenamente e in armonia con corpo e mente.

“Il sonno serve”: parola di Intelligenza Artificiale 

Chi l’avrebbe mai detto? Al contrario di noi esseri umani, per i quali, fisiologicamente, il sonno è necessario e fondamentale, avremmo potuto pensare che le intelligenze artificiali non avessero mai bisogno di fare una siesta, un riposino. E invece… 

Le basi di uno studio in pubblicazione su PLoS Computational Biology hanno dimostrato come anche le reti neurali artificiali possano beneficiare di un momento di pausa, specialmente in un momento delicato e complesso delle loro attività legato alla sedimentazione e memorizzazione delle  informazioni trascritte fra una sequenza di apprendimento e l’altra. 

Ma vediamo meglio, insieme, come funziona questo procedimento. 

Intelligenza artificiale: a cosa serve il… “sonno?”

Per chi stesse leggendo questo articolo senza conoscere approfonditamente la materia trattata, facciamo un semplice e basilare riassunto per comprendere quello che sappiamo, ad oggi, sulle IA. 

Esse, del tutto in grado di riprodurre automaticamente una sequenza di informazioni e azioni, una volta memorizzata, con relativa facilità, sembrano però ancora deboli sull’immagazzinare una seconda sequenza di dati senza sovrascriverli sui primi e, di conseguenza, perderli. 

In poche parole, se insegniamo e istruiamo un AI al comando A, essa potrà impararlo e riprodurlo centinaia di volte in maniera perfetta e identica, ma quando andiamo ad immettere i dati per la sequenza B, essa non sa creare collegamenti rapidi, e memorie, ricordi, in modo da lavorare contemporaneamente su B senza perdere le nozioni legate al comando A. 

Quello che, dunque, è il valore aggiunto del cervello umano, ovvero la capacità cosiddetta “continua” di creare memorie e ricordi – anche e soprattutto nella fase del sonno – le IA non ce l’hanno, ed ecco che veniamo alla ragione di questo articolo. 

Il riposo fa bene anche alle IA: memoria e sonno

Gli studi e le ricerche compiuti sul sonno simulato delle IA, che hanno cercato di stimolare, in maniera caotica, le reti neurali assicurandosi che proprio nel momento di inattività venisse riprodotta – come accade a noi uomini nella fase REM mentre dormiamo – una serie di processi e attivazioni uguali a quelli posti in essere nel tempo dell’apprendimento, hanno anche dato qualche importante informazione aggiuntiva su quale sia il tempo migliore per riposare: non dopo due differenti sequenze, cioè prima il compito A, poi il B e allora il riposo, ma proprio fra le due sessioni di apprendimento. 

In poche parole, il “riposino” dell’IA dopo aver immagazzinato un set di dati e informazioni, sembrerebbe potesse aiutare la macchina a non dimenticarle e rimuoverle, una volta immessi anche i dati di una seconda e nuova sequenza. 

Si tratta, questa, di una ricerca e di un possibile sviluppo assolutamente importante e clamoroso nel campo dell’IA: se questi test venissero infatti confermati anche su sistemi di azioni più grandi e complessi, come quelli delle reti neurali di grandi aziende, potrebbe essere utile a perfezionare i risultati sull’addestramento delle IA e sulla capacità di apprendimento di informazioni e sequenze. 

Si tratterebbe, in altre parole, di una scoperta molto rilevante per gli studi futuri sulla robotica e numerosi altri campi di indagine. 

Qual è il miglior momento della giornata per allenarsi? 

Amanti e appassionati di sport e attività fisica, ecco un articolo dedicato a voi.

Qui parleremo infatti di qual è il miglior momento della giornata da dedicare alle sessioni di esercizio, anche nell’ottica di poter beneficiare di un sonno di qualità.

La salute psico-fisica, infatti, giova enormemente della scorta di energie e di risorse che lo sport dona all’organismo: ma non tutti i momenti della giornata sono ottimali per sforzare i muscoli.
Vediamo insieme perché.

Sport e ritmo circadiano

Il ritmo circadiano, ovvero una sorta di orologio biologico interno che, basandosi anche sul sistema luci – ombre, “orienta” il nostro corpo nel corretto svolgimento delle proprie funzioni, è indispensabile da conoscere per arrivare a capire come funziona il nostro organismo.
Se siamo persone che prediligono gli orari mattutini, arrivando a dare il meglio di sé nelle prime ore della giornata, o se invece siamo più produttivi nelle ore serali.
Il ritmo circadiano non è però solo una questione di gusti, quanto un vero e proprio tempo interno che scandisce alcune reazioni, ed ecco che per stare meglio – e dormire bene – è necessario rispettarlo e assecondarlo.

Lo sport, con la necessaria scorta di energia che dà ma anche che toglie a chi lo pratica, specialmente a livello agonistico o professionale, è un’attività che richiede molta concentrazione e grandi energie.

Fa bene praticarlo sempre? Assolutamente si. E per tutti, anche per le persone più attempate che desiderano solo allungare i muscoli quotidianamente o esercitarsi con lunghe pratiche di respirazione.

Fa bene praticarlo indistintamente dalle ore della giornata? Ecco, questo forse no. E nel prossimo paragrafo scopriremo perché.

Meglio allenarsi la mattina o la sera?

Non esiste una formula matematica esatta per rispondere a questa domanda, molto dipende ovviamente dalle inclinazioni e dalle abitudini personali.

In linea di massima, tuttavia, sappiamo che le ore pomeridiane sono quelle in cui il corpo è al “massimo” della sua forma fisica e delle capacità di reazione: la temperatura corporea è nella fase ottimale, i muscoli sono svegli e attivi, la ricettività al dolore è inferiore. Insomma, il corpo sta che è una meraviglia.

La sera, invece, non è raccomandabile allenarsi troppo visto che l’esercizio fisico tende a far aumentare la temperatura corporea e a diminuire la produzione dell’ormone legato al sonno.

Tutte le persone che soffrono di disturbi correlati al riposo, insomma, dovrebbero tenersi lontane dalla palestra o dal campo di tennis, soprattutto nelle 2/3 ore precedenti all’addormentamento.

Anche se una comune tradizione vuole che allenarsi la sera aiuti gli sportivi ad andare a letto stanchi e quindi a dormire meglio, questo è in realtà un controsenso giacché anche un corpo, dei muscoli e una mente troppo sfibrati, non conducono necessariamente ad un sonno lungo e ristoratore, ma anzi.

Allenarsi la mattina, o il pomeriggio, è preferibile per lasciare ai muscoli il tempo di recuperare così che durante la notte il corpo consoliderà il lavoro di recupero.

Quello che potete fare per rendere più mite e dolce il momento dell’addormentamento, tuttavia, è farlo precedere da una breve sessione di esercizi di stretching o di meditazione e/o esercizi di respirazione.

Questo sì che vi permetterà di riposare meglio e più a lungo.

Il materasso zenO sport

Progettato per facilitare il sonno di uno sportivo, grazie al suo tessuto in cotone e grafene riesce a regolare la temperatura in eccesso, ideale per chi fa intensi esercizi serali.

La struttura con 3 livelli di Memory più la base ortopedica Dynamic S lavorano in sinergia tra loro per distribuire meglio i carichi andando a ridurre al minimo la pressione, in particolare nei punti più sporgenti del corpo: Bacino e Spalle.

Grazie inoltre alla tecnologia V-tech advance nella zona spalla, si ha un ottimo affondo e comfort per le spalle, mantenendo un ottimo supporto ergonomico per la schiena, ideale per chi ha un fisico V shape, spalle larghe e vita stretta.

Provalo… hai 100 notti per innamorarti

Sport all’aria aperta: cosa, quando e perché

Passare il proprio tempo libero nella natura, a contatto con gli elementi della terra, dell’aria o del mare, è un toccasana in grado di apportare benefici al corpo e alla mente.

Anche praticare esercizio fisico outdoor ha i suoi notevoli vantaggi.

In questo articolo andremo quindi a spiegare perché incoraggiare uno stile di vita il più possibile en plein air, introducendo anche il concetto di earthing.

Sport all’aria aperta

Non importa che siate fan dell’arrampicata, del trekking o del nuoto: se avete la fortuna di potervi recare in un luogo naturale a praticare queste attività – se vivete vicini al mare o alle montagne, o se avete un parco abbastanza grande e alberato sotto casa – è sicuramente migliore recarvi lì per la vostra corsetta giornaliera anziché in palestra.

Fare esercizio all’aperto migliora le funzioni cardiovascolari, facilita l’ossigenazione muscolare, aiuta a fare scorte di vitamina D – grazie alla luce solare – e dunque tutto il vostro corpo, dalla pelle agli organi interni, non avrà che da ringraziare.

Inoltre, da un punto di vista di umore, allenarsi all’aria aperta significa ricevere più stimoli e dunque annoiarsi meno facilmente.

Mantenendo una routine di allenamento all’aperto abbastanza costante, noterete gli effetti anche sullo stress: cominciare la giornata con una sessione di camminata a passo svelto in un bosco o in mezzo al verde, vi farà sentire meno tesi e ansiosi. 

Che sia una forma di esercizio fisico o più un modo di scaricare la tensione, il senso di revitalizzazione e l’accumulo di energie che vi fornirà la natura, certo un luogo chiuso – magari nemmeno perfettamente illuminato o areato – potrà concedervelo.

Earthing: a piedi nudi… nel parco

Essendo un concetto relativamente “nuovo” (in realtà non lo è affatto ma se ne è cominciato a parlare molto tardi) tanti di voi forse non avranno mai sentito parlare di earthing, ovvero della buona abitudine di togliersi le scarpe quando si cammina o si corre a contatto con la terra, in modo da far fluire senza ostacoli l’energia (e l’elettricità) accumulata nel nostro corpo e assorbire quella del terreno.
Non è troppo un segreto, dopotutto, che il nostro corpo, oltre ad un certo peso, una forma e una temperatura, ha anche il suo livello di elettricità.
Come i poli e la carica delle pile, anche il sistema uomo ha bisogno di connettersi con quello della terra, a livello energetico: per espellere le tossine, lasciare andare ciò che non è necessario, oppure al contrario alimentarsi di ciò di cui ha carenza, l’uomo può trarre moltissimi benefici dal contatto con la terra.

L’earthing, fra i suoi lati benefici: 

  • Diminuisce gli stadi  infiammatori e riduce il dolore
  • Migliora la pressione del flusso sanguigno
  • Aiuta a dormire meglio
  • Allevia sintomi mestruali e ormonali
  • Allevia e diminuisce stress e tensione
  • Aiuta i fenomeni di guarigione in corso

Insomma, siete pronti per una bella passeggiate rigenerante nella natura? Se a piedi nudi…ancora meglio.

Clinofobia: quando la paura più grande diventa il sonno

Forse non ci crederete, o non ne avete mai sentito parlare – trattandosi di una fobia abbastanza contenuta, seppure in aumento fra le giovani generazioni – ma esistono alcune persone che si spaventano all’idea di andare a dormire.
La clino o ipnofobia, ovvero appunto la paura di addormentarsi, può dipendere da numerosi fattori, ha dei trattamenti specifici per coloro che ne soffrono ma si tratta di un’ansia che può creare notevole malessere a chi la prova, soprattutto perché rischia di far perdere tante ore di riposo, che come sappiamo possono invece essere estremamente preziose per il benessere e il recupero psico-fisico.

Paura del sonno: come accorgersene

Se prima di andare a dormire (o il pensiero stesso di farlo) vi incute disagio, ansia, stress, se vi fa sudare freddo, tremare leggermente le mani, e se dopo esservi girati e rigirati nel letto, l’insonnia prende il sopravvento e con essa, spesso, anche brutti pensieri generalizzati che, anche una volta addormentati, si potrebbero trasformare in incubi, allora è probabile che a tediarvi sia proprio la paura del sonno.
Non allarmatevi ulteriormente, comunque: si può mitigare e risolvere l’ansia di addormentarsi. Bisogna prima visualizzarla, capirne le cause e poi lavorarci un po’ su.

Possibili cause della clinofobia:

Le cause della paura del sonno possono sono spesso un mix di fattori genetici e ambientali. Chi ha avuto in famiglia esempi di persone con un cattivo rapporto col sonno, soggette ad attacchi panico o che soffrivano di fobie specifiche, probabilmente è più incline a riprodurre queste manifestazioni anche nel proprio percorso individuale.
Dall’altro lato, aver direttamente fatto esperienza di traumi (con successivo stress post-traumatico), incidenti, situazioni pericolose e quant’altro, può influire sulla qualità del sonno e ripercuotersi sul benessere del riposo.
I traumi, spesso, riaffiorano sotto forma di incubi o insonnia proprio durante la notte, anche a distanza di anni dall’accadimento.

Paura del sonno: come prevenirla e/o risolverla

Sia nel caso in cui si realizzi di provare sensazioni diverse, magari ancora non troppo accentuate, ma comunque di malessere rispetto all’idea di addormentarsi, che nel caso di un disturbo conclamato, il suggerimento è quello di affrontare – con un terapeuta esperto e mirato sulla materia – un percorso di rieducazione comportamentale che indaghi la fonte delle paure, le sciolga, allontanandole in maniera definitiva.
Ci sono poi i farmaci, da assumere però solo sotto raccomandazione di un medico esperto del sonno, e comunque in taluni casi specifici (una notte di malessere, o un periodo di stress accumulato che ha cause e ragioni ben definite, non dà necessità di prendere medicinali per dormire! Prima ci sono altri tentativi da fare).
Qualsiasi sia l’origine della paura, arrivare a visualizzare il proprio malessere – con l’aiuto di esperti della salute mentale che sapranno guidarvi nella migliore terapia per il vostro caso – è possibile e altamente auspicabile: basta avere il coraggio di aprirsi, di fare testimonianza della propria paura, senza vergognarsi, per ritrovare presto un sonno ristoratore ed energizzante che infonda benessere e tranquillità a mente e corpo.